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Settembre: è tempo di smartworking e di nuovi cyberattacchi
A settembre non c’è solo la ripresa della scuola. Si riaprono molti uffici e molte aziende provano a rientrare nella piena attività, anche grazie allo smartworking. Il panorama che caratterizzerà il ritorno alla normalità post-confinamento e la fine dell’estate rimane complesso e denso di nubi all’orizzonte. A complicare ulteriormente il tutto è l’aumento esponenziale degli attacchi cybercriminali che fanno uso del tema Covid-19 per portare a termine i loro obiettivi criminali.
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L’impatto del coronavirus sulla sicurezza informatica
Il Covid-19 è stato all’origine di una pandemia biologica che ha trovato quasi tutti impreparati. In tanti hanno abusato del concetto del cigno nero per cercare di giustificare l’impreparazione, l’improvvisazione e le difficoltà nel gestire una situazione complessa a cui quasi nessuno ha saputo trovare soluzioni rapide e definitive. La pandemia causata dai virus digitali esiste da tempo, resiste a tutti i vaccini, si evolve in continuazione, anche in tempo di pandemie biologiche.
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BlackBerry protegge dal Malware CoViper
Il Coronavirus per molti ha rappresentato un elemento di criticità e di rischio, per altri un’opportunità e una possibilità di guadagno. Lo è stato sicuramente per cybercriminali che hanno tratto vantaggio dal bisogno di informarsi sul Coronavirus e su come proteggersi per attivare diffuse campagne di phishing, spesso agendo nei panni di alcuni dei principali enti internazionali preposti al controllo e alla prevenzione dalle malattie (CDC , WHO ). La cybercriminalità ha colpito piattaforme Windows ma anche Android e Linux nella forma di attacchi Trojan, randomware e wiper.
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Fuori dalla pandemia innovando in sicurezza
Si esce dalla pandemia con buone pratiche e comportamenti intelligenti. Si supera la crisi economica determinata dalla pandemia investendo in nuove tecnologie, nel digitale e nella trasformazione che ne deriva. Il digitale da solo però non basta ad affrontare una crisi che ha cambiato e cambierà il mondo attuale, nella psiche delle persone, nella società ma anche nelle aziende e nelle organizzazioni, siano esse private o pubbliche.
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Business as usual!
Il Coronavirus ha complicato le cose, molte le ha rese insopportabili, altre le ha facilitate e favorite. Tutti, individui e organizzazioni, hanno dovuto riadattare i propri tempi, le proprie abitudini e i comportamenti a nuove modalità di stare a casa, di relazionarsi alle persone e di fare business. Novità rese necessarie dalla paura del contagio, dalla necessità di impedirne la diffusione e dal distanziamento fisico e sociale che ne è derivato. Ci si è confrontati con la pandemia per mesi. Ora che sembra sia finita, in molti pensano che non lo sia e che rimarrà con noi, quantomeno per i suoi effetti, ancora a lungo. Forse fino alla prossima che potrebbe arrivare.
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Il coronavirus come acceleratore della trasformazione digitale
Si parla da tempo della capacità di accelerazione della tecnologia. Il coronavirus, e la pandemia che ne è derivata, ha fatto da propulsore ulteriore verso le tante trasformazioni digitali che le nuove tecnologie hanno da tempo attivato. Lo hanno fatto in primo luogo agendo a livello culturale evidenziando le molteplici possibilità offerte dalla tecnologia. Possibilità sperimentate in pratiche e comportamenti che, durante il confinamento, hanno permesso a tante persone di misurarne la validità e produttività, la convenienza e utilità, la facilità d’uso e l’applicabilità delle tecnologie digitali ad ambiti di vita tra i più diversi. Queste possibilità hanno coinvolto anche aziende e organizzazioni, ben al di là delle pratiche dello smartworking.
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Senza BlackBerry Spark non c’è sicurezza
Una iperbole, usata non per esagerare o amplificare un concetto, ma per evidenziare il valore e le potenzialità di una suite di prodotti per la sicurezza informatica in azienda e nelle organizzazioni. Nota con il nome di SPARK, la suite propone alle aziende una gamma di prodotti per la sicurezza finalizzati alla protezione di tutte le componenti tecnologiche e degli asset informativi aziendali. L’obiettivo è offrire, a costi quantificabili e gestibili nei budget disponibili, una soluzione alla gestione della complessità che caratterizza da tempo il panorama della sicurezza aziendale.
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Malware alla fase due del coronavirus
Tanto tuonò che piovve! Dopo innumerevoli gossip, anticipazioni, detti e non detti, il presidente Conte parlò e tutti gli italiani seppero che una fase due esiste (Eureka!). Chissà se i cybercriminali hanno anch’essi pianificato una fase due. E chissà se chi in azienda è preposto a tenerli a bada o lontani lo ha fatto. Con quali strumenti e agendo in quali ambiti, con quali strumenti? Si dice che dopo il contagio nulla sarà più come prima. Vale anche per l’ambito della sicurezza informatica? E se il dopo fosse peggio del prima? Acculturarsi, attrezzarsi, dotarsi di strumenti efficaci e innovativi è forse il modo corretto per favorire l’emergere di futuri sicuri ma anche per costruirli e dare loro forma. Parafrasando Nietzsche noi “siamo attori del presente e costruttori di avvenire”.
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Smart non basta, serve consapevolezza
Il coronavirus ci ha resi smart. Così racconta la diffusione dello smartworking, anche in Italia. E se non bastasse? Più che smart meglio essere clever e consapevoli, sia a casa sia in mobilità. Smart è sinonimo di intelligenza e abilità nel farne uso. Clever descrive una persona sveglia che sa come affrontare situazioni difficili e imprevedibili in modi non ordinari. Per questo è più (tecno)consapevole, attrezzato nel prevenire eventi inaspettati che richiedono elaborazione rapida e innovativa di pensiero critico. Un’abilità da considerare sia nel restare a casa al tempo del coronavirus, sia a quello che seguirà, fatto di maggiore smartworking e lavoro agile, di nuove sfide, personali, lavorative e professionali.
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Zoom Zoom Zoom
Zum, zum, zum, la canzone che mi passa per la testa era la sigla (Silvye Vartan e Mina) di una delle più popolari Canzonissime televisive, poi diventata anche un film (1968) diretto da Bruno e Sergio Corbucci. Oggi con un nome storpiato all’inglese, zoom, zoom, zoom, è diventata la sigla di una canzonissima al tempo del coronavirus. Una sigla che sembra fare da sottofondo a un nuovo tipo di spettacolo, virtuale, interconnesso e globale, con innumerevoli protagonisti, programmi, video, ecc. Una sigla capace anche di marcare musicalmente, come l’ambient music marcava aeroporti e centri commerciali, le azioni di altri protagonisti, inattesi ma molto attivi con l’obiettivo di rubare la scena a tutti gli altri.
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