Zum, zum, zum, la canzone che mi passa per la testa era la sigla (Silvye Vartan e Mina) di una delle più popolari Canzonissime televisive, poi diventata anche un film (1968) diretto da Bruno e Sergio Corbucci. Oggi con un nome storpiato all’inglese, zoom, zoom, zoom, è diventata la sigla di una canzonissima al tempo del coronavirus.  Una sigla che sembra fare da sottofondo a un nuovo tipo di spettacolo, virtuale, interconnesso e globale, con innumerevoli protagonisti, programmi, video, ecc. Una sigla capace anche di marcare musicalmente, come l’ambient music marcava aeroporti e centri commerciali, le azioni di altri protagonisti, inattesi ma molto attivi con l’obiettivo di rubare la scena a tutti gli altri. 

Zoom è un’applicazione di videochat, leader di mercato e conosciuta come piattaforma affidabile.  Al tempo del coronavirus, per la sua facilità d’uso e per essere alla portata anche dei non esperti, è diventata popolare in pochissimo tempo e usata in tutti gli ambiti, pubblici e privati come strumento per superare le distanze e garantire la continuità lavorativa, formativa, educativa, ecc. 

Popolare Zoom lo è diventata anche per la sua vulnerabilità e accessibilità. Ha aperto la porta a una folla crescente di nuovi utenti ma anche a ospiti indesiderati che, traendo vantaggio delle falle del codice applicativo hanno potuto mettere a segno numerosi attacchi informatici con relativi vantaggi presenti e futuri. Un brutto segnale per tutti coloro che fanno affidamento sulla robustezza e sicurezza delle applicazioni digitali e mobile. Forse un brutto colpo anche alla reputazione dell’applicazione e della società che la sviluppa. Un salto dall’altare delle prime pagine di giornale, alla polvere delle recriminazioni, denunce e preoccupazioni legate alla sicurezza e ai danni ricevuti. 

L’azienda è decollata nel 2015, grazie a nuovi finanziamenti e al successo ottenuto in ambiti aziendali e lavorativi. Il boom è però stato generato dal coronavirus e dal bisogno urgente di milioni di persone e realtà aziendali di ricorrere a strumenti per il lavoro/studio/formazine a distanza. Milioni di persone hanno iniziato a usarla e, come spesso accade, con le nuove tecnologie, hanno dato tutto per scontato, soprattutto la sicurezza. Un boomerang, considerando quanto emerso dalle vulnerabilità rilevate in termini di rischio per la privacy e la riservatezza dei dati ma anche per attività di zoom-bombing (invasione delle chat da parte di utenti estranei). 

La prima reazione, alla scoperta di queste vulnerabilità e inaffidabilità, si è tradotta nell’abbandono della piattaforma e nello sconsigliare ad altri di utilizzarla. Tra i motivi dell’abbandono la condivisione dei dati con Facebook (aperta una class action per questo), come se non ci fossero sul mercato e sugli smartphone di milioni di persone, innumerevoli applicazioni che già lo fanno, quasi sempre con il silenzio assenso e la complicità degli utenti, cittadini passivi della Rete e delle sue piattaforme. Più grave la trasmissione in chiaro dei dati, l’assenza di una crittografia delle conversazioni e la possibilità di tracciare i dati, il che significa che essi possono essere visti, copiati e trasferiti a entità terze, non solo aziende ma anche governi e servizi di sicurezza. Infine, forse la cosa più grave, migliaia di videochiamate Zoom sono finite in Rete, grazie alla facilità con cui hacker di vario tipo hanno potuto accedere ai database applicativi. Insieme alla videochiamate gli hacker hanno avuto accesso anche ai dati di chi le frequentava. 

Colta di sorpresa dal successo e dalla visibilità ottenuti l’azienda Zoom è dovuta correre immediatamente ai ripari e ha probabilmente chiuso alcune delle falle che alimentavano la vulnerabilità dell’applicazione. 

Quello che colpisce di questa storia, l’ennesima e non ultima, è come e quanto singoli individui ma anche realtà aziendali piccole, medie e grandi (NASA, Google, ecc.) abbiano dato per scontato un livello elevato di sicurezza dell’applicazione, l’assenza di potenziali vulnerabilità, la disattenzione e l’inattività dei cybercriminali rispetto a un fenomeno emergente, diventato trendy e quindi popolato da milioni di potenziali nuovi target. 

Il dare tutto per scontato è tipico di come, con un cervello modificato tecnologicamente, riteniamo di essere immuni da potenziali rischi e pericoli. Esattamente quello che abbiamo fatto con il contagio biologico. Chi mai avrebbe pensato di dover vivere una situazione di questo tipo dopo anni di progresso tecnologico, benessere, ricchezza e disponibilità alimentare? Quando poi si scopre che immuni forse non lo siamo, rincorriamo soluzioni e strumenti per tamponare il rischio e evitare il pericolo. Senza interrogarci sul fatto che la vera azione da intraprendere è prima di tutto cognitiva, intellettuale, di schemi mentali e capacità di interagire con la complessità della realtà nella quale siamo incardinati. In questa complessità non esiste un soggetto (noi) e degli oggetti (lo strumento tecnologico, Zoom, la mascherina, ecc.) ma una realtà in continuo e dinamico mutamento che ci obbliga a lavorare sulla conoscenza, sulla (tecno)consapevolezza e sulla responsabilità.

 

*Foto di copertina dell'archivio RAI